mercoledì 11 novembre 2009

Quinta puntata: come eravamo noi di Via Stalingrado

Vent’anni fa, via Stalingrado non appare oggettivamente tanto diversa da oggi. Al di là del ponte della Mascarella, all’incrocio con Via del Lavoro, ci sono le case popolari. Una lunga sfilza di fabbricati popolari ed industriali fronteggiano quelli civili e poi… siamo già in una periferia a soli pochi kilometri dal centro storico. A est della strada, le recenti torri del meraviglioso visionario Kenzo Tange sorvegliano i capannoni di una Fiera che sta prendendo coscienza delle sue potenzialità inaugurando nuovi spazi espositivi e iniziando a pensare in grande. Intorno fabbriche e campagne superstiti tra cui si estende piatto, lungo e nero il fabbricato dell’ Unipol.
Un po’ cupo e basso con una entrata sobria vigilata da un monumento (ma che qualcuno credesse che fosse un avanzo dimenticato da qualche operaio non è solo una battuta .) a forma di tubo, prendeva da un lato una via Calzoni non ancora regalata alla Fiera nella parte che si univa a via Michelino. Dall’altra la vista era sull’ hotel (e la sua mitica piscina estiva) e su via della Costituzione con un panorama non ancora ostruito dal palazzo di Unipol Banca oggi nero ma dipinto di un bel rosso squillante quando era proprietà Telecom. Dalle finestre che ricordano feritoie di un castello, la vista non era poi tanto diversa da oggi. Solo molte meno macchine e battone scese di categoria dall’anzianità e che, come oggi, venivano sostituite al tramonto dai travestiti. La continuità che conosciamo è il centro servizi perfetto: business di affari economici di giorno e business di affari di altra natura alla sera. Praticamente il paradiso del terziario avanzato. In questo contesto il pellegrino che voleva andare all’ Unipol in quegli anni , avrebbe avuto poche difficoltà a parcheggiare a qualsiasi orario. Saliti i gradini avrebbe potuto fermarsi a prendere un caffè a bar Camst allocato dove ora c’è la Banca (e c’era una Banca a cui periodicamente cambiavano insegna negli esatti locali dove ora c’è il bar) o entrare direttamente dall’ingresso principale che è poi quello che conosciamo tutti ma un po’ meno pomposo. All’interno le differenze rispetto ad oggi sarebbero state minime.
Certamente meno plastici di progetti urbani, luci e video di sorveglianza . Certamente meno guardie giurate dietro al banco dove troneggiava un signore alto, grosso, pelato e con i baffi a manubrio e le mani da metalmeccanico: Sergio il portiere di cui , in seguito, un Walter diametralmente opposto nel fisico e nei modi riuscì nell’ impresa di diventare altrettanto mitico.
Non c’erano porte blindate, pass o quant’altro perché, allora, bastava l’occhiata della portineria per introdurti in quei corridoi bianchi come oggi.
Sembrava un dedalo già vent’anni fa anche se la superficie era meno di un terzo di quella odierna.
Infatti Unipol non era ancora numerata, esisteva solo una Unipol 1 e un terrazzone che divideva da Coop Emilia Veneta e che in seguito, circa nel 1986, fù coperto dal tunnel dove d’estate alcune colleghe dalla pressione bassa, regolarmente collassavano.
Unipol 1 non era poi tanto differente da ora se si eccettuano la moquette, alcuni corridoi un po’ più larghi e la scomparsa dei topi che si celavano negli armadi degli uffici della riassicurazione, per vent’anni i primi ad essere attraversati da un visitatore (e quando li hanno spostati abbiamo intuito i primordi del cambiamento


che ci investe…). Topi debellati dal gatto Unipol, esemplare felino noto per la sua costante presenza di fronte alla porta di servizio della mensa o alle finestre del pian terreno nonché fonte di svago per molti colleghi che mollavano il lavoro per vederne le spettacolari lotte nei cortili nei periodici tempi del calore.
Negli incroci strategici dei corridoi mancavano le macchinette. Se qualcuno voleva prendere qualcosa in teoria timbrava il cartellino (non ancora elettronico) e andava al bar o aspettava che passasse il carrello che faceva il suo giro due volte al giorno. Alla mattina con le paste e al pomeriggio con i dolcetti tipo kit kat e accompagnato da cuccume termiche di bevande calde. Ancora come oggi “C’è il bar” (che dalla fine degli anni ’80 divenne il marchio di fabbrica del mitico Franco) e diverso solo al venerdì che cambiava in “C’è il bar con i panini”, significava il break dal lavoro.
Naturalmente non era l’unico break della giornata. In uffici dove non esistevano computer ma solo terminali, la comunicazione tra settori era affidata alla voce del telefono e alle gambe. Non si facevano proprio dei Kilometri, ma tanti metri sì (moltiplicati poi in seguito dalla nascita di Unipol 2). E a fare scale e corridoi ci si stancava e così quando si arrivava nell’ufficio dove bisognava andare si coglieva l’occasione per fare due chiacchiere. Complice un ritmo di lavoro diverso si parlava delle cose di tutti i giorni e del lavoro. L’infornata dei nuovi assunti degli anni ’80 aveva portato molti laureati in maggior parte ingegneri, promettendo “sentieri di carriera” rapidi e percorribili e questi laureati avevano sempre qualche cosa da dire, qualche idea da proporre, qualche futuro da abitare. Cose da dire che per molti di loro si sono trasformate in quotidianità, idea da proporre che si sono perse nei meandri della burocrazia d’impresa, futuro che si è rivelato quello di un impiegato come tanti. Ma non è questo il contesto per parlare dei perché, quelli che allora non venivano ancora catalogati come “talenti” ma che di fatto lo erano, furono indotti a percorrere sentieri di carriera che finivano in vicoli ciechi. In questa storia, non volendo avanzare ipotesi ed analisi , cerchiamo solo di lasciare l’ immagine di questi tecnici che portavano la scienza a contatto con l’esperienza dei più anziani. La portavano in uffici, spesso troppo fumosi con pareti adornate dai simboli di una iconografia “compagna” che comprendeva il Che e il Quarto Stato, dignitosamente incorniciati e evidenziati dalle pareti bianche.
La regola era che tutti si davano del tu e che i sandali e i jeans si mischiavano alle giacche e alle cravatte. Ad un certo orario si andava tutti in mensa, strutturata come un self service e quindi con file che partivano dal pianerottolo. Con pazienza prendevi il vassoio, sceglievi e consegnavi alla cassa un biglietto bianco (da ritirare in portineria) e dei soldi. Dopodiché ci si sedeva in lunghi tavoloni.
A questi tavoloni, c’era seduto un signore alto dal colorito olivastro e dai cappelli ricci che gli scendevano lungo le spalle. Per ironia della sorte si chiamava Hector Pinochet e portava il cognome del bastardo dittatore che lo aveva cacciato via dalla sua terra . Concedetemi il personalismo se alla sua memoria e alla lezione di utopia e di ideale che ha, forse inconsapevolmente, incarnato, mi sento di dedicare queste righe scritte in tempi così avari di salvaguardia della memoria. E forse era proprio il suo ideale che lo faceva sedere di fronte ad un signore che, ancora oggi capita di incontrare al Venerdì in mensa. Questo signore è Enea Mazzoli, il Presidente che l’ Unipol ebbe dal 1979 fin quasi alle soglie del nuovo millennio. Il Presidente che nel 1986 rappresentava una Compagnia con 1.015 dipendenti , 527 agenzie (il 60% delle quali collegate al Ced della Compagnia anche grazie al progetto di un neo- dirigente bocconiano il cui cognome era Consorte) e con un utile netto in eccedenza a quanto previsto dalle vigenti leggi. Un Presidente che faceva la fila in mensa e che si faceva la sua passeggiata intorno all’isolato salutando tutti i dipendenti che incontrava (secondo me salutava chiunque , anche il benzinaio perché se ci conosceva tutti era veramente un fenomeno nda.) e che rappresentava una Compagnia alle soglie di un nuovo, grande, cambiamento. Che, spero, verrò a raccontarvi nella prossima puntata.

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