"…i problemi interni della Compagnia non si può certo dire che con il 1972 fossero risolti e accantonati. [...] voglio dire che dopo l'anno della svolta, almeno per altri quattro anni dal '72 al '76 la situazione era migliorata ma non era completamente tranquilla. Potevamo sperare nel decollo dell' Unipol, ma nei fatti tutto ciò poteva anche non succedere. Fu solo nel '76 che cominciammo a tirare un po' il fiato: la nave aveva dimostrato di tenere il mare.” Così rievoca quel periodo Enea Mazzoli, Presidente di Unipol dal 1979 al 1996 (un signore che ancora adesso, ogni tanto, fa la fila e viene a mangiare in mensa come quando era Presidente) rievocando la storia di Unipol. In effetti, chi vuole prendersi la briga può andare a leggersi i bilanci di quel periodo (sapendo che comunque detti bilanci fino al 1978 erano soggetti ad una modulistica e ad una metodologia normata da un decreto del dicembre 1928, che lasciava ampissimi spazi alla interpretazione delle singole voci) trovando numeri al limite della esaltazione in fatto di incrementi di premi, bilanciamenti d portafoglio, incrementi premi netti (costantemente più del 20% da ’70 al ’75), penetrazione territoriale, ecc. Risultati tanto più buoni in quanto ottenuti in una Italia il cui boom è solo un ricordo.
Nel 1973 l’inflazione tocca, per la prima volta nella storia del Paese le due cifre: più 10,36% contro il 2,82% di soli quattro anni prima. L’industria italiana mal rinuncia ai grassi profitti degli anni precedenti e imputa la crisi alle giuste lotte operaie a cavallo dei decenni, che hanno fatto innalzare il costo del lavoro. A tutto ciò si aggiunge la grande crisi petrolifera su cui i Tg dell’epoca rimandano servizi su domeniche senza automobili ma anche, di aumento vertiginoso delle materie prime. Forse, in quelle immagini in bianco e nero delle città a piedi che ancora oggi si vedono in qualche documentario, c’era, magari di sfuggita, anche qualcuno degli oltre 400 dipendenti che Unipol annoverava a metà degli anni ’70. Chi erano costoro ?
Se qualcuno si prendesse la briga di sfogliare i vecchi elenchi telefonici interni, troverebbe cognomi che ricordano presidenti di cooperative, assessori, politici locali. Erano, principalmente i loro figli. Forse che anche Unipol non era immune al vizio italico della raccomandazione (unica maniera per trovare un lavoro in quegli anni… e forse anche adesso) ? in parte sì, ma non solo. In primo luogo, ancora a metà degli anni ’70 un diploma e, soprattutto una laurea contavano, e tanto, per il futuro, e chi l’aveva non sprecava certo anni di studio e di soldi (tanti) per relegarsi a fare l’impiegato in una Compagnia di assicurazione. In secondo luogo parliamo di una Italia ancora caratterizzata ideologicamente, Unipol era ancora la “Compagnia Rossa” (e come avrebbe detto mio nonno: Rosso non come adesso ma rosso come una volta) e chi la pensava diversamente mal si accostava a questa realtà. Per dirla con le parole di un vecchio collega: “ se proprio dovevo lavorare, meglio l’impiegato che in fabbrica. E se proprio dovevo fare l’impiegato meglio farlo in un posto per cui mio padre aveva lottato
e combattuto.” La maggioranza dei dipendenti sono quindi giovani, chi più e chi meno già politicizzato, e chi ha studiato è forse un po’ contaminato dal vento sessantottino. Una miscela conflittuale (scioperi e vertenze sono piuttosto frequenti) ma che porta anche un patrimonio fondamentale per lo sviluppo della Compagnia: un senso di appartenenza solidissimo che mette da parte le conflittualità per fare quadrato nel momento del bisogno e che fa crescere Unipol dandole sempre di più l’etichetta di “diversa”.
Si diffonde l’uso del “tu” verso i dirigenti e i quadri e via via a salire verso il Consiglio d Amministrazione. Questo è molto mutato rispetto ai primi anni. Intanto è stata introdotta la figura degli Amministratori delegati. Sono due e si chiamano Vitaliano Neri e il già citato Zambelli. Poi il personaggio del Direttore Generale viene sostituito da un Comitato di Direzione di cui fanno parte, oltre al Presidente e agli Amministratori delegati, due Direttori centrali: Carli e Cilia. Il resto dei consiglieri (aumentato a 23 rispetto ai 15 iniziali) comprende i tedeschi nuovi soci, esponenti di vertice di CGIL e UIL (CiSL sottoscriverà qualche anno più tardi) nonché una folta rappresentanza di esponenti di grosse cooperative e di organismi della Lega e delle associazioni socie.
Scorrendo i nomi, colpisce la suddivisione delle “poltrone” tra le componenti politiche principali della Lega, ovvero: Pci, Psi e Pri. Non è una sorta di lottizzazione come potrebbe apparire in un primo momento, bensì un modello organizzativo che nelle maggiori cooperative e associazioni si dimostra vincente nel tempo. Ogni componente è rappresentata e ogni componente controlla l’altra, il tutto per “il bene supremo dell’Azienda”. Con buona pace della sinistra che, questo modello non riesce ad applicarlo alla politica italiana. Quindi Unipol e cooperative si saldano ancora di più, crescendo insieme e spingendosi a vicenda. Come l’ istituto cooperativo può spingere Unipol, è abbastanza chiaro: facendogli fare dei premi e aiutando il suo sviluppo con la forza territoriale delle sue strutture, ma Unipol in che senso spinge la Cooperazione ?
Non dimentichiamo che nel suo Statuto originario, tra gli scopi di Unipol c’è il realizzare “una politica di sani investimenti patrimoniali indirizzati particolarmente al sostegno del Movimento Cooperativo" . Tale realizzazione funziona, in pratica, in questa maniera: c’è una cooperativa in crisi e interviene Unipol a fare una operazione immobiliare. Alla cooperativa la cosa và bene perché ha i soldi che servono e subito; all’Unipol la cosa và altrettanto bene perché compra ad un prezzo spesso appetibile. Certo, questo giro di immobili e di soldi (a cui la Compagnia destinerà, nella prima metà degli anni ’70 mediamente il 38% dei premi tassabili raccolti) a volte cela dei “pacchi” bestiali, ma a volte si realizzano anche dei veri e propri affari che suscitano parecchie invidie.
In ogni caso se qualcuno che ci ha seguito fin qua si dovesse chiedere il perché noi dipendenti abbiamo sconti e agevolazioni se andiamo al Villaggio Città del Mare di Terrasini, sappia che tale villaggio è sorto su terreni che Unipol comprò dalla Camst in uno dei suoi momenti di difficoltà. Un altro esempio è un terreno, rilevato da una coop con problemi di liquidità, piazzato là fuori Porta Mascarella, dopo la Tangenziale.
Un terreno che verrà scambiato con il Comune di Bologna che là ci farà sorgere il Parco Nord. In cambio viene dato un terreno più vicino alla città, in una zona con ancora scampoli di campagna e un polo fieristico non ancora così ingombrante. Una zona tagliata in due da una strada che , curioso scherzo del destino, ha un nome che sembra fatto per rinfocolare il mito della Compagnia rossa. La strada è Via Stalingrado dove, nel 1981 Unipol si trasferisce chiudendo un capitolo della sua storia e aprendone altri che, spero, andremo prossimamente a raccontarvi…
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