Pensieri sparsi di fine estate, dell’ultima estate di Unipol, almeno per come l’hanno conosciuta molti di noi. Pensieri tristi, cattivi pensieri dell’estate più calda , conclusa con una lettera, allegata alla busta paga, che ha chiarito forse i destini di ognuno ma non quelli di tutti noi.
Un pensiero triste, di quelli che non fanno più volare Peter Pan, una triste coincidenza: negli stessi giorni in cui cessava di esistere la “vecchia” Unipol, moriva uno dei “padri fondatori”, Sergio Getici. In altra parte del giornalino un ricordo a lui dedicato; da parte mia solo una riflessione. Sergio Getici fu la persona che, più di tutti, volle e credette al progetto Unipol all’interno della Lega delle Cooperative; lo stesso Cinzio Zambelli ( più conosciuto, grazie alla sala che porta il suo nome), che sostituì Getici in un momento ( uno dei primi e non l’ultimo ) di difficoltà della compagnia e di ridefinizione eventuale della sua missione, era più scettico.
Unipol fu, in buona parte, una creatura di Getici; sua l’intuizione della bontà di un simile strumento finanziario (la Cooperazione aveva avuto ruolo in una Banca prima dell’avvento del fascismo; pensate, era la Banca Nazionale del Lavoro…quando si dice gli scherzi del destino…), suoi i primi passi con questa nuova creatura nel meraviglioso mondo delle assicurazioni. A distanza di 44 anni qual è la volontà della Cooperazione, della proprietà? In azienda si rincorrono voci su un presunto disimpegno delle Cooperative di consumo Toscane, di un loro avvicinamento all’asse Montepaschi ( cui sono da sempre legate) Axa; si parla di un’offensiva di queste ultime aziende verso il mercato preferenziale, sia sul versante assicurativo che quello bancario. Voci, senza apparente riscontro, ma che danno grande preoccupazione;c’è qualcosa che non sappiamo nel nostro futuro? Un pensiero riflessivo, di quelli che si guardano allo specchio per cercare di riconoscersi :il processo di creazione della holding dovrebbe omogeneizzare le situazioni, creare le”sinergie”. La lettura degli organigrammi di Unipol e Aurora evidenzia ancora forti differenze; in Unipol permane la caratteristica di strutture snelle, tipiche di quell’attività semi artigianale che tanto è stata individuata ( e perché no, in parte giustamente) come punto di debolezza. Dopo un anno di analisi, interventi di consulenti ecc. la differenza fra le due compagnie appare evidente sin dal primo sguardo: basta guardare il numero di pagine ed il diversi livelli delle strutture. Unipol è rimasta, per quello che è rimasto, com’era , magari ulteriormente dimagrita. Va bene così o ancora il cambiamento non è finito?
Un pensiero sportivo: ho visto la finale di supercoppa fra Inter e Roma.
Ad intermittenza il campo di San Siro si illuminava di Aurora: in tutti i cartelloni collocati a bordo campo compariva magicamente il logo di Aurora Assicurazioni. Mai visto niente del genere, né allo stadio di Bologna né altrove; forse, qualche volta, al palasport di Reggio Emilia, incontri di basket.
Che la diversità di Unipol sia in questo, nel non spendere soldi in pubblicità perché il suo target non è attratto dalla pubblicità ma da altri elementi? E’ ancora così? Abbiamo ancora un mercato preferenziale? Come manterremo quest’appeal in quest’era di sinergie e spersonalizzazione?
Un pensiero storico, un trentennale appena compiuto, quello del 1977. Incomprensibile per quelli più giovani e non bolognesi o assimilati. Era il 1977, anni di piombo, di indiani metropolitani, di università in rivolta; a Bologna i fatti del marzo millenovecentosettantasette . Quelli che ricordano questa dizione, i reduci , si dividono in due gruppi: quelli che erano in piazza (in vario modo e a vario titolo) e quelli che presidiavano aziende ed istituzioni in attesa dell’attacco dei barbari (ovvero degli altri, di quelli che erano in piazza). Molti, in Via Oberdan, vecchia sede dell’Unipol , in quei mesi hanno dormito sopra le loro scrivanie ( ..non in orario di lavoro, proprio la notte!), aspettando e vigilando. I barbari sono entrati lo stesso in Unipol; non avevano più sampietrini e bottiglie molotov, ma un regolare cartellino da timbrare. Siamo entrati, portandoci dietro la nostra storia , discutendo, litigando , rivendicando per anni e anni; adesso , paradossalmente ma non molto, i barbari hanno raccolto il testimone dagli altri, da quelli che li aspettavano con timore. Una generazione ha passato all’altra idee, spirito aziendale , impegni:sindacalisti, segretari di sezione, storie diverse , non ortodosse, che sono entrate nella storia di Unipol. Ci sarò ancora un passaggio di consegne ? continuerà questa incredibile storia? Un pensiero che non mi molla, una domanda che mi faccio, ma che giro anche a voi.
Ma cos’è che non mi va in tutto questo, qual è il vero “malessere” profondo”?
Ci ho girato intorno a lungo cercato di capire perché certe cose mi davano più fastidio di altre, perché anche la ricerca di un contributo da parte nostra, richiesto in qualche modo da più parti dall’azienda mi suonava così male. Una risposta me la sono data, e ve la propongo. In questi lunghi anni molti di noi sono stati i “padroni” del proprio lavoro, degli artigiani sotto padrone: ci davano un compito da fare, pochi attrezzi, e, alla fine , poco in cambio. La chiave di tutto il lavoro era nel nostro sapere, nel sapere diffuso a tutti quei livelli in cui venisse richiesto anche un minimo (in genere mai molto di più di un minimo) di autonomia. Ma l’idea era che il lavoro fosse il “nostro” e ne avremmo avuto una “ricompensa”
“Come avete fatto a sopportare questi anni senza formazione, senza indicazione, senza ruoli ?” mi ha chiesto una collega. Sono tornato a domandarmelo anche io, chiedendomi anche del mio malessere di adesso. La risposta è nel cambiamento che sta arrivando, e che è diverso dalla nostra attesa messianica;quello che il cambiamento lascia percepire, che appare dalle varie iniziative, dai talenti ai corsi di formazione , è che conterà sempre di più non tanto il sapere, quanto il ruolo. E noi, molti di noi, abbiamo (avevamo) del sapere e non avevamo (abbiamo) ruolo. Parte della conoscenza sarà nelle procedure, il maggior problema sarà il governo. Forse normale e logico in un’azienda “normale” , meno per chi ha “sopportato”, come chiedeva la mia cara collega, in attesa di vedere il proprio lavoro riconosciuto come pietra miliare dell’azienda. E che adesso, a cambiamento in atto, è chiaro solo ciò che “perderemo”, ovvero ciò che avremo voluto avere e non avremo, ma non quello che saremo. Al momento, per tanti aspetti, per la quotidianità lavorativa, il futuro sembra uguale al presente, o meglio al passato, ma con qualcosa in meno, almeno in termini di “speranza” Non saremo più quello che siamo stati sinora (o meglio, quello che speravamo di essere) e quello che saremo non ha anima, ha solo una forma, anche se molto più lucidata e pulita. Forse è anche, in qualche modo, la maledetta etica del lavoro che ci tiriamo dietro; un’etica del lavoro che ci rendeva corresponsabili, partecipi dei destini del lavoro proprio nel lavoro stesso. Il termine lavoratori, ancorché ottocentesco, ci legava all’azienda in un rapporto di dipendenza l’uno verso l’altro. E anche il linguaggio, in questa nuova fase, muta, assume forme differenti ; io sono un vecchio testone, sono convinto che la forma sia sostanza, perché la scelta di privilegiare una parola piuttosto che un’altra non è casuale. Mi è capitato per le mani un giornalino di Aurora, Atlante; non so neanche per chi sia prodotto, credo sia l’House Organ di Aurora (traduco per i molti ignoranti fra noi, almeno per i pochi che sanno leggere: noi avevamo, una vita fa, una roba del genere : Unipolis, qualcuno se ne ricorda?). Senza entrare nel merito del giornale (peraltro degnissimo) è il richiamo in prima pagina che mi ha colpito: “il magazine per i collaboratori e gli agenti Aurora” Non so se la definizione di "collaboratori" comprenda anche i dipendenti; se così fosse (e mi viene il dubbio di si) con il termine di collaboranti si diventa parte in causa, magari a responsabilità limitata,dove la collaborazione è entro canali e limiti stabiliti da regole. Non era il mio sogno, è il sogno di qualcun altro. Mi viene, di seguito, un pensiero, riconoscente, a questo giornalino; era, in tempi non lontani, anche solo 2 anni fa, il giornalino degli “asini”, di quelli che prendevano e si prendevano per il culo. Un giornalino ridanciano e poco impegnato. In questi anni ha preso un testimone che non era il suo; nelle pagine in cui si parlava dell’asino dell’anno si è cominciato a parlare, talvolta in modo irriverente e divertente , talvolta in tono serio e palloso, di quello che stava succedendo, dei pensieri di chi entrava in Via Stalingrado tutti i giorni . E’ aumentato il numero di quelli che vi scrivono , e spero continui a crescere. Certo, non sarà bellissimo, certo a volte sarà anche poco colto e un po’ greve, ma rappresenta l’anima irriverente e vitale di questa azienda. L’importante è non esagerare, come diceva il poeta: si perde di credibilità; l’importante è allargarsi comprendere le ragioni di più persone possibile.
Un pensiero , di speranza, ai rapporti con i colleghi di Milano, Padova Roma; non sono più i colleghi della/delle altre compagnie, adesso il legame è molto più forte. Il famoso corso in quel di Reggio Emilia mi ha dato, fra le altre cose, un’ampia possibilità di confronto con “gli altri”, e ho scoperto, ci siamo scoperti, molto simili (ancorché diversi), con le stesse paure e con aspettative comuni. Fra l’altro,avendomi visto mangiare avranno sicuramente capito che preferisco la Nutella ai bambini, e quindi che il comunismo è cambiato. Sfruttiamo questa possibilità: capiamoci, scazziamoci ma parliamoci: la differenza è ricchezza, se non diventa divisione. E, giunti alla fine dei pensieri , un brindisi, ragazzi:brindiamo alla nostra splendida avventura. Champagne!! (molotov?)
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