Dove eravamo rimasti ? A quale ora della notte? E ora, da dove ricominciare? (e con
che tono?) Dai risultati del referendum sull’ integrativo ? ( incazzato,
perplesso). Dall’intervista di Consorte a Matrix ? (di passaggio dal
nostalgico all’incazzato, perplesso). Dall’aria che tira in azienda? (perplesso
e basta)
E se mentre scrivo queste righe sento il Papa dire che bisogna cambiare il
modello di economia mondiale (buon vecchio Carlo Marx, dove sei?), io di
cosa devo parlare, del terzo segreto di Fatima? . Dire che sono tutte facce
della stessa medaglia (escluso, forse, il terzo segreto di Fatima, forse) è
persino banale, ma forse inevitabile.
E poi c’è qualcosa che, se non è il terzo segreto di Fatima, ci va molto vicino. Mettetevi in cuffia e preparatevi a rispondere; la domanda è questa. “L’integrativo appena chiuso aveva tutti le ragioni per chiudersi in modo spettacolare. Azienda e rappresentanze sindacali dovevano segnalare un cambio di rotta, la discontinuità con il passato, un ritorno alla trasparenza, addirittura a valori condivisi. Perché, allora, è finito con il 36% di voti contrari in direzione ( e tanti mal di pancia fra il 64% che ha votato a favore), con un forte senso di scontentezza ed interi reparti con il mugugno?” Dov’è l’errore?
Rispondere che è andata bene perché il 71% dei dipendenti ha votato a favore ( glissando sulla diversa valutazione fra Direzione e periferia e altre aziende) è fare un torto alla propria intelligenza e non voler vedere/ affrontare i problemi
In azienda l’aria non è buona., è aria di normalizzazione, ed anche la vicenda del voto dell’integrativo va letto in quest’ottica. Non è finita solo l’epoca di Sacchetti e Consorte, non si è chiuso solo quel capitolo, ma un’intera parte del libro della nostra storia. Insomma , quando si dice buttare via il bambino con l’acqua sporca; abbiamo capito qual’ è l’acqua sporca , sul bambino permangono visioni diverse.
Ma quali sono le prove , le evidenze di questo cambiamento? Chi è perché sta buttando via il bambino ? Capita, talvolta, che una sensazione preceda il reale avverarsi del mutamento, che le cose cambino senza che si sia , alla prima apparenza, modificato nulla di ciò che ci appare. E’ come alla fine di un amore: ce ne accorgiamo, anche se non lo vogliamo ammettere (e non lo ammetteremo poi), un secondo prima che lei pronunci le fatidiche parole “Caro(a) , dobbiamo parlare”, e un secondo dopo, quando ci rendiamo conto che non hai proprio niente da dire. Cos’è cambiato , in fondo? Solo andati via in 2 , ne sono arrivati 3, cosa volete che sia ?
In realtà, i due che se ne sono andati, paradossalmente,
pur avendo determinato e guidato il cambiamento, la trasformazione di quest’azienda, ne rappresentavano la continuità con la precedente storia. Nella loro continuità, nell’esserci stati “prima” ( ai tempi di Zambelli, per capirci) e nell’esserci poi (erano loro e solo loro a sapere e disegnare il futuro di Unipol) , rappresentavano ad un tempo, passato, presente e futuro.
Paradossalmente, pur avendo dato un buon colpo alla “partecipazione” ,alla “differenza”, di quest’azienda (vi ricordate la pubblicità aziendale dell’ “azienda diversa”), ed avendo sostanzialmente deciso la fine di questi principi, ne rappresentavano la reale esistenza, in quanto eredi o ultimi rappresentanti della generazione “eroica”, di quella che aveva fondato l’azienda. Impersonificavano, pur negandola nelle pratiche quotidiane, pur distruggendola nei fatti, la leggenda di un’azienda in cui quadri, dirigenti, direttori avevano cominciato la loro “carriera” dal gradino più basso, magari dall’archivio.
Sacchetti stesso aveva cominciato come perito, mentre Consorte all’inizio era “solo” un direttore fra i tanti. Provate ad immaginarvela adesso una cosa del genere; certo, non era più così da un pezzo, ma i totem , quelli che l’avevano fatto, erano ancora fra di noi. E i simboli contano, eccome se contano.
Adesso, sempre di più la gran parte dei destini (aziendali), saranno decisi pochi passi dopo l’ingresso, e ciò che manca ( figure, ruoli , procedure, programmi) non lo si fabbricherà necessariamente più in casa , ma lo si andrà prendere dove più conviene, magari dove lo si trova già pronto. Dov’è , dove sarà la differenza? Mi raccontava un (ottimo) agente: ”Consorte ci ha fatto lavorare come matti, gratis, ed eravamo contenti di farlo! “.
Ecco, adesso non ci sono più incantatori di serpenti e (forse) non si lavora più gratis; adesso che siamo , anzi, vorremmo essere normali, ognuno dovrà stare molto di più al proprio posto. Il che non è esattamente una minaccia, anzi dovrebbe essere un’opportunità: una sana regolamentazione dei propri compiti, un confine da non valicare, delle procedure che definiscono quello che devi o non devi fare.
Ad esempio può essere interpretato come una garanzia sui ruoli e sulle responsabilità , e che “non si lavori gratis”, che si venga pagati per quel che si deve. Il problema è capire se si sarà contenti; l’esser contenti era, nelle parole del mio amico agente, l’idea di collaborare alla realizzazione di un grande cambiamento che avrebbe portato giovamento a tutti ( il condizionale era d’obbligo).
Altro problema è il quanto si deve essere pagati; prima c’era l’impalpabile ( e vaga) moneta della prospettiva e del cambiamento. Adesso, invece, si vuole capitalizzare, e la giusta paga è “di più!”. Di più di adesso, almeno quanto i colleghi di Milano e così via.; questo era il sentire che si era diffuso durante la trattativa dell’integrativo ; il famoso (famigerato) “cacciate i soldi”. Insomma, dateci quelli che ci dovete, le bevute devono essere pari.
Pericoloso, molto pericoloso, e si è già visto con la gestione del nostro integrativo. Il rischio è questa definizione di ruoli, di parti,che diventi un confine invalicabile, e la fine di quella che era, in parte, la differenza di Unipol. Differenza che era (è) la capacità di molti (alcuni) di noi (dipendenti, agenti) di farsi carico di problemi maggiori dei propri, di procedure che non c’erano (per adesso). Da qui opportunità (poche) e minacce , ma anche speranze ( tante e frustrate). La prospettiva è quella di andare a “caccia” di soldi, piantarsi sulla riva del Piave dei soldi , lasciando completamente alla direzione dell’impresa qualsiasi decisione, qualsiasi idea di cambiamento.
In questo anche lasciando in mezzo al guado (o al guano) quanti il processo di cambiamento avevano già cercato di portare avanti o avevano idee per farlo, ed ora rischiano di trovarsi davanti a prospettive organizzative e di lavoro decise senza di loro. La soluzione che mi piaceva, era partire dalle speranze: un contributo “dal basso” alla “ricostruzione” dell’azienda., un dare ancora una volta, ma con una sana aspettativa di vedersi riconosciuta questa proattività. Sancire la diversità della compagnia e gratificare i dipendenti. Stiamo imboccando questa strada?
La strada dell’integrativo, (e , specularmente, parte delle contestazioni fatte) sembra portare da un’altra parte: l’azienda a fare l’azienda, ai lavoratori la giusta mercede, senza troppe commistioni . E qui torniamo al terzo mistero di Fatima, quella che riguarda la mancata entusiastica conclusione dell’integrativo. Non voglio cercare di fare lezioni o morale: la domanda rimane senza risposta. Ciascuno troverà la propria
Insomma , stiamo davvero per buttar via il bambino con l’acqua sporca o possiamo mantenere una speranza?
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