In tempi lontani e non sospetti, insomma, tanti anni fa, come in una bella favola, provarono a spiegarmi come funzionavano, all’interno del movimento cooperativo, i rapporti fra dipendenti (soci) e le loro aziende. Volendo colpire la mia (allora) giovane immaginazione mi parlarono del lontano Catai; anzi no, era il Giappone. Insomma , in questa terra lontana, che produceva lottatori di Sumo, Geishe e moto Honda, il rapporto fra i dipendenti e le loro aziende erano talmente stretti che non era infrequente il caso (documentato da filmati ) di dipendenti in lacrime davanti ai cancelli delle fabbriche. Non potevano entrare in fabbrica perché erano in ferie, e non potevano sopportare una simile umiliazione. Si trattava di un caso limite, ma la questione, imparai, era ben più seria, ed era una delle ragioni alla base del successo dell’industria giapponese e dell’alta qualità dei suoi prodotti: il rapporto di fidelizzazione fra azienda e dipendenti. Un rapporto che derivava da una società feudale passata improvvisamente all’industrializzazione, ed in cui le “conglomerate” avevano preso il posto dei signori della guerra. Insomma, senza annoiarvi con analisi sociologiche e storiche, l’azienda giapponese aveva creato, per i propri dipendenti, un universo chiuso, fatto di onore, feste aziendali, cassette per i suggerimenti, premi per la maggior produzione, asili nido, mense ecc ecc. Un’identificazione totale, insomma.
Nel povero occidente, bastonato dalla produttività e dai bassi costi dei giapponesi (poi sono arrivati tutti gli altri, con metodi produttivi ancora peggiori) l’unico esempio di “fedeltà” aziendale riscontrabile in quegli anni in Italia era quello fra le aziende della cooperazione ed i suoi dipendenti. Certo le ragioni ideologiche erano lontanissime, e la produzione non era il primo obiettivo dell’azienda cooperativa: al centro c’erano le persone ed il loro lavoro. Nel corso del 900 la storia della cooperazione e quella del movimento operaio si sono più volte incrociate, in un rapporto complesso, a volte conflittuale (Lenin non si fidava molto delle cooperative..), fino ai giorni nostri. Insomma, anche noi in Unipol, avevamo un po’ gli occhi a mandorla , senza saperlo; eravamo un po’ giapponesi per il nostro rapporto “attivo” con il lavoro. Non avevamo una buchetta dei suggerimenti, ma le procedure, le modalità del lavoro venivano molto spesso prodotte dal basso. Per tante cose, insomma, di cui abbiamo già parlato eravamo anche noi dei “figli del sol levante “ (banzai!) Non so se gli operai giapponesi piangano più davanti ai cancelli delle fabbriche chiuse; non credo; o , se lo fanno, lo fanno per le stesse ragioni di un cassa integrato nostrano. E anche a noi , comunque, ora viene un po’ da piangere. Anche qui da noi le cose sono cambiate, ma noi rimaniamo, agli occhi di qualcuno, dei “giapponesi”. Solo che questa volta si parla di noi come dei giapponesi che non hanno capito : che la guerra è finita, che la guerra l’hanno persa! Adesso l’obiettivo della società civile è stanarci dalla jungla e riportarci nel mondo civile.
Un mondo civile fatto di valori ben più solidi di quelli (obsoleti e paternalisti) che ci tiravamo dietro; un mondo meraviglioso con parole nuove come esternalizzazione, giovani talenti e holding. Non è un mondo nato all’improvviso, negli ultimi 12 mesi. Anzi. A nostra insaputa (a nostra insaputa ?) era da un po’ di anni che si stava andando in quella direzione e, in fondo, questo nuovo mondo è esattamente quello che il vecchio ci stava preparando. Ma si, diciamocelo, un po’ l’avevamo capito. Non siamo meravigliati, quindi, del perché le cose vanno in questa nuova direzione: era già stato deciso, anzi, forse sarebbe stato persino peggio . Siamo arrabbiati perché la situazione mutata faceva pensare alla possibilità concreta di un cambiamento , e invece di questo cambiamento atteso si vede molto poco, anzi. Il cambiamento c’è, ma si sta andando da un’altra parte. Si era sperato ( avevo sperato, e l’avevo anche scritto sperando che qualcuno ci credesse) che per cambiare, per ricominciare, si potesse ripartire dal valore del nostro lavoro, recuperando quanto era stato sottratto, quanto era stato dato a scatola chiusa verso il sol dell’avvenire e non era mai stato reso. Avevamo (avevo) ipotizzato che potesse essere il nostro lavoro la base, le fondamenta del cambiamento; che si partisse dal lavoro e dalla sua esperienza. Un lavoro che aveva permesso ad Unipol di uscire da acque assai difficili, da crisi che avrebbero schiantato altre imprese ben più solide. Certo, la barca non la guidavamo noi, ma eravamo noi (insieme ad altri compagni di viaggio e di avventura quali gli agenti e i loro collaboratori) ben saldi ai remi, anche se un po’ incatenati; insomma, si remava al ritmo del tamburo, come in Ben Hur, ma, in fondo, eravamo d’accordo. Adesso, invece, stiamo scoprendo che non si riparte dal nostro lavoro, ma dai meccanismi. In fondo l’azienda è una macchina; la trireme va, chiunque sia incatenato ai remi: giovani talenti, esternalizzati, chiunque, purchè remi là dove ci porta la rotta . Questo vuol dire svuotare in qualche modo quest’azienda; credo di non sbagliare dicendo che c’era ancora una bella fetta di dipendenti pronta a giocare il proprio tempo e rinnovare la propria fedeltà in cambio di un atteggiamento diverso. Il ragionamento che ci si faceva era: siamo stati trattati male,ma adesso le cose cambieranno. E’ arrivato il momento del riscatto, potremo dare il meglio di noi stessi, ovvero qualcosa di più. Il ragionamento aziendale, per quel che ci è dato di capire non è partito “dal lavoro”, ma dai ruoli già definiti. E per quadro Unipol un po’ frustrato e un po’ sfigato che ha dato tutto quello che poteva (e di più non poteva dare, perché non aveva alcun modo di crescere) l’unico pensiero sembra essere: “Bene, questo qui è stato vagliato, è sfigato e sta bene dove sta”. Non c’è alcuna ragione per rivedere la sua valutazione, il suo ruolo, il suo lavoro. Stabiliamo delle regole e cerchiamo, magari, chi, giovane anagraficamente, possa garantire un futuro all’azienda. Ad un’azienda che sta per diventare una e bina, nel senso che gran parte di quelli con la bandierina Unipol finiranno nel Gruppo Unipol Finanziaria ( speriamo che non scelgano per acronimo GUF; per i giovani talenti GUF= Gruppo Universitario Fascista), solo una piccola parte reggerà le sorti dell’Assicurazione Unipol. E questo non fra qualche anno: a giugno dovrà essere già così, occhio e gamba fra 4 mesi. E noi, intanto siamo bloccati discutere dell’esternalizzazione del lavoro di Sertel; battaglia assolutamente giusta e necessaria, ma allo stesso modo (e non paradossalmente) di retroguardia, perché, sul tema stesso della “cessione” di lavoro immaginate cosa potrebbe avvenire nell’ambito della “cessione di rami d’azienda”. (la creazione della Holding si fonda proprio sulla cessione di rami d’azienda). Insomma, ci stiamo difendendo,ma è opportuno che ci guardiamo le spalle, perché c’è il rischio che da lì attivi l’attacco peggiore. Non è un problema sindacale o politico: stiamo parlando persone, del loro lavoro, delle oro attese, delle loro speranze. C’era una grande chance per i nuovi vertici aziendali, ed era andare in qualche modo, magari anche strumentalmente, incontro alle speranze di chi in questa azienda, in diversi ruoli (dipendente, agente, collaboratore d’agenzia) aveva investito molto e a fondo perduto. Lo si poteva fare, magari anche pagando un prezzo, ma investendo in questa direzione: l’idea che ci siamo fatti è che si vada da un’altra parte. Lo so, ci diranno che stiamo sbagliando, che non capiamo e che la guerra è finita; se vogliono convincere noi, ultimi giapponesi, ci facciano vedere qualche gesto di pace, facciano vedere che la guerra è veramente finita e c’è una nuova era. Usciremo subito dalla Jungla dove, peraltro, si sta scomodi.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento