venerdì 13 novembre 2009

A CHE PUNTO E’ LA NOTTE

Lo ammetto. Avevo già preparato un altro articolo ed un altro titolo , ma lo spostamento a settembre dell’uscita del giornalino ha portato nuove idee e nuovi dubbi . “ Custos, quid Noctis ?”, citazione biblica (Isaia, 21,11) ma anche bibliografica: quanto resta della notte? La notte è quella che è cominciata ufficialmente il 27 dicembre con le dimissioni di Consorte e Sacchetti, ufficiosamente più o meno un anno fa, con le prime schermaglie sul tentato acquisto di BNL da parte di Unipol ? Ufficialmente, quindi, sarebbero passati 8 mesi dal momento più buio; sembra passato molto di più.

Ancora a giugno sembrava notte fonda: in prima pagina i 43 Milioni di Euro sequestrati alla ex presidenza; nelle pagine sportive, accanto alle quotazioni della squadra vincitrice del mondiale, impazzava il toto amministratore delegato.

Nelle pagine locali ( e, ahimè, anche nelle pagine nazionali della stampa, ma confondendo, colpevolmente, gli argomenti) era finito anche il nostro contratto integrativo, con gran stridio di denti, rumore di scudi e odore di battaglia. Ci ritroviamo, a fine estate e con l’Italia campione del mondo, un amministratore delegato nuovo di zecca e un integrativo ancora in piena trattativa. Nel silenzio delle pagine dei giornali, cessato (per il momento) il rumore delle spade intorno all’integrativo, è possibile sapere se ci sono e quali sono gli umori nell’agglomerato nero (ed in espansione) di Via Stalingrado e pertinenze?

A che punto è la notte, insomma.

Potremmo utilizzare , più come pretesto che come chiave di lettura,la vicenda legata all’integrativo, al di là di come evolverà, partendo dalla tensione e dalle aspettative che hanno caratterizzato questa prima parte del confronto .

Attesa ed aspettative che vanno ben al di là dello specifico confronto e che sembrano avere, prima di tutto, il desiderio di monetizzazione. Monetizzare, quantificare, farsi pagare la differenza che finora c’è stata fra “quanto prendiamo e quanto dovremmo prendere”. Recuperare il prezzo di una fedeltà, messa a dura prova dalle note vicende, in qualche modo umiliata dai famosi 43 ( ex 50 ) milioni, ovvero a noi la fedeltà agli ideali a “loro” 43 milioni. Ridurre la differenza di stipendio rispetto ai colleghi delle altre compagnie del gruppo, che magari lavorano alla scrivania a fianco alla tua e fanno il tuo stesso lavoro; differenza che è fatta di livelli in più, di un integrativo migliore, di minori carichi di lavoro. Recuperare gli anni in cui la crescita di chi lavorava (crescita di mansioni, di ruolo, di livello, di stipendio) era rimasta bloccata nella messianica attesa della formazione del grande gruppo, del raggiungimento di grandi obiettivi.

Non c’è più né l’attesa né il/i messia , quindi ci siano i soldi, o il loro equivalente. Quest’onda in piena sembra potere o volere travolgere tutto, ma ha davanti più di uno scoglio, e forse non sta andando nella direzione giusta. Sono evidenti le contraddizioni in seno al popolo, ovvero il rapporto con i colleghi delle altre compagnie ( o ex compagnie) di cui si invidia la situazione o i benefit . Anche loro , però, qualche invidia, qualche tarlo in fondo all’animo ce l’hanno in fondo “sono stati comperati” e, in questo

modo e in qualche modo, offesi anche loro; non risolvere questa distanza e questa diffidenza è più di uno scoglio, è un iceberg che rischia di arrivarci addosso , rischiando di mettere, in qualche modo, lavoratori contro lavoratori.

Ma c’è un grosso scoglio sott’acqua, cui bisogna prestare molta attenzione; il rimando al denaro o ad i suoi equivalenti non può farci dimenticare che c’è dell’altro.
A che punto è la notte?

La notte non è cominciata qualche mese fa ( 8 o 12, è indifferente); il buio riguarda almeno gli ultimi 10 anni. La storia degli ultimi dieci anni è stata una storia difficile che ha visto, sotto molti aspetti, i lavoratori “abbandonati”: mancanza di informazioni, mancanza di formazione, mancanza di crescita, pochi riconoscimenti . Poi , forse,in cambio, ad alcuni non era richiesto molto, mentre altri hanno lavorato in modo artigianale, costruendo in autonomia il proprio ambiente di lavoro, addirittura le procedure.

Come nei tempi di guerra e nel fortunato film di Nanni Moretti siamo stati degli autarchici: facciamo, abbiamo fatto, tutto da noi. Con grande orgoglio, con del sacrificio ( per chi ci credeva), lavorando con il fil di ferro e tanta inventiva , materia fondamentale per gli italiani, in particolare in tempi d’autarchia, quando la cicoria prende il posto del caffè.

Nel frattempo, ed in silenzio, la nostra autarchia , il nostro “essere i migliori” ( Avete visto il bilancio?, visto che risultati?) ci teneva lontano dal mondo. Negli ultimi 10 anni abbiamo continuato a lavorare come se nulla stesse cambiando intorno a noi: autarchici, eroici, forse semplicemente un po’ fessi. Il dubbio è che la strategia fosse molto semplice: un uomo solo al comando (due?), tutti gli altri a pedalare, portando più o meno borracce, scalando più o meno montagne, senza conoscere neanche il percorso della tappa.

Nel frattempo gli altri stavano cambiando le biciclette, cambiava la tecnologia, le comunicazioni e noi sempre curvi sulle biciclette e sul modello di sviluppo, di comunicazione, di tecnologia che ci aveva portato al successo; e se qualcuno ci avesse sorpassato? E qual è il nostro distacco
Ma non eravamo i migliori?

A che punto è la notte?
Un dubbio ci doveva venire; “conquistate” Meie, Aurora, Navale, Winterthur nessuno dei “nostri” degli uomini “marchiati” Unipol è salito sul ponte di comando brandendo la bandiera della vittoria. Un modello di understatement o, ancora una volta, la delega a poche persone della comprensione e la gestione dell’intero universo ? Guardandosi intorno, lavorando con i colleghi delle altre aziende del gruppo la certezza dell’essere i migliori vacilla; certo siamo stati diversi, la nostra autarchia ci ha permesso di crescere. Chi lavora con noi non è né migliore né peggiore, ma negli ultimi anni può aver avuto qualche opportunità più di noi, in un contesto che lasciava qualche spazio in più. Ma se chi adesso lavora a fianco a noi non è né migliore né peggiore è ora che sia restituito, a questi lavoratori “diversi” quello che è mancato loro in questi anni
Non c’è moneta che ripaghi una condizione lavorativa in cui sia negata la crescita, offesa la professionalità e frustrate le aspirazioni. Anche perché, venendo a mancare queste cose, anche il vile denaro non avrà più giustificazioni, non sarà più possibile richiederne. Ed è questo il rischio, strisciante.

Alcuni scricchiolii già si sentono; siamo l’azienda “comunista” per antonomasia, ma la lettura della pagina 65 dell’edizione di sintesi del Bilancio sociale dà qualche sorpresa. In alto, a destra, c’è un piccolo grafico, che si intitola Adesione ai sindacati del lavoratori del gruppo”. La compagnia di assicurazione più comunista del mondo ha un’adesione al sindacato del 56,1%, il gruppo Unipol ha il 63%. Ovvero le altre aziende hanno una percentuale di iscritti al sindacato superiore alla nostra; per arrivare al livello di Aurora gli iscritti al sindacato dovrebbero crescere del 30%.

Non male per degli sporchi comunisti…..; che cosa pensiamo del sindacato: che non ce ne sia bisogno ?, che tanto siamo tutti comunisti e non serve. Forse pesano in quel

basso tasso di sindacalizzazione i lavoratori del call center ; se è così. Vuol dire che loro pensano che questo sia un lavoro solo di passaggio ,che non sia possibile possa migliorare la loro condizione il loro lavoro. Hanno capito anche loro che è così? E possiamo permetterci la perdita di una simile ricchezza umana, del potenziale che esprimono questi lavoratori? Che poi hanno il diritto di essere quelli più incavolati di tutti….più si è incavolati e meno si è iscritti al sindacato? Che regola è?

Qualcosa non torna; insomma abbiamo bisogno di qualcosa di più che dei soldi; forse la parola che più si avvicina e sintetizza ciò che potremmo chiedere e dovremmo avere è la dignità. Dignità vuol dire riappropriarsi del proprio lavoro, chiedere che sia valutato per quello che è, poterlo far crescere, migliorare, renderlo anche, perché no, più profittevole. Crescere, migliorare, qualificarsi; non più artigiani ma artefici. E questa dignità non è povera, anzi; ci porta alla conoscenza del proprio lavoro del proprio ruolo, di quello che fa la propria azienda. E da questo anche un compenso equo.

Non sono parole lontane da quanto prospettato , quando la notte era più fonda, dalla nuova presidenza e ricordano, forse alla lontana, antichi ideali cooperativi e parole d’ordine ormai desuete: ripartire dal lavoro, dal nostro lavoro.

In azienda si parla di un piano triennale, di cui , in realtà, sappiamo poco; mai come in questo momento dovremmo sentire la mancanza di quella famosa prima parte dell’integrativo, di quella politica, di quella relativa alle informazioni e di cui, in fondo, ci interessava poco. Meglio guardare la tabella dei soldi.

Ma noi abbiamo bisogno del pane e delle rose, anche se si tratta di rose in fondo poco profumate e divertenti. Se ci deve essere un piano triennale per l’impresa, perché non deve esistere un piano triennale per i lavoratori, che fissi dei livelli per la loro crescita, e magari degli indicatori della loro felicità, del loro benessere ?

Custode, a che punto è la notte?

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